giovedì, luglio 31, 2008

Luca Zaia vince il Premio Oliviero per luglio 2008

Luca Zaia vince il premio Oliviero-AtroceAwards per luglio 2008


Quando 20 mesi fa nacque il Premio Oliviero - AtroceAwards, mai avrei pensato di doverlo un giorno assegnare a Luca Zaia. Ma se l'Oliviero è sinonimo di stronzata, come posso esimermi dall'assegnarlo ad un neo-ministro per l'agricoltura che ipotizza il prezzo di stato per il pane come una delle soluzioni al rincaro dei prezzi alimentari? Come posso ignorare l'ardire di riuscire a dire in un sol respiro "Lasciateci produrre" e "Dobbiamo proteggerci dai paesi che fanno dumping".
Come si può tapparsi gli orecchi per non udire il diabolico perseverare nelle vaccate?
Non si può. E mi piange un po' il cuore. Perchè qui, non troppo tempo fa, si riteneva Luca Zaia uno dei politici migliori della scena veneta, e non solo. Si credeva che il pragmatismo dimostrato nella realizzazione del faraonico "progetto rotatorie", che la mania del marketing applicato alle istituzioni e...massì...ci mettiamo pure l'utilizzo di quantità industriali di gel per capelli, fossero tutti indizi di un politico "per sbaglio" che volesse far assomigliare di più la politica all'impresa. Non il contrario. Qui si era pienamente convinti che i "leghisti usciti dalle officine meccaniche" avessero sentimenti ben più che condivisibili e che se fossimo riusciti a trovarne qualcuno in grado di tradurre in linguaggio accademico quel sacrosanto "aséme lavorar" e parafrasare il "zo le man dai me schei" epurandolo dalle bestemmie che usualmente fungono da punteggiatura, ecco che allora avremmo avuto un politico su cui porre qualche speranza.
La speranza, su Luca Zaia da Bibàn de Godega, ex-pr del Manhattan, io l'avevo riposta. Speranza puntualmente bruciata con la mutazione della voce dei produttori in (n-esimo) ambasciatore dei parassiti.

P.S.: oggi parto per un viaggio di lavoro in giro per l'Italia (vedi tragitto), quando torno, se ne ho ancora voglia, potrei illustrare più dettagliatamente tutti gli errori nel "ragionamento" del politico Zaia.

La redazione di AtrocePensiero è lieta di comunicarLe che grazie alle dichiarazione relative al prezzo di stato per il pane rilasciate in data 31/7/2008 ha conquistato l'autorevole Premio Oliviero - AtroceAwards per luglio 2008.
La conquista di tale riconoscimento Le dà diritto ad esporre la Coccarda Ufficiale (v. immagine allegata) in una pagina internet a sua scelta.

Ringraziandola per il contributo offerto
Distinti Saluti

Joey Atroce
Presidente della Fondazione Premio Oliviero

(Post predatato)

mercoledì, luglio 02, 2008

Le tasse sono un furto? /5

...continua la discussione sullo stato e le tasse tra il sottoscritto e un amico socialisteggiante...


T.W.

Se nessuno infrange il mio diritto alla vita, alla proprietà e alla libertà; non c'è nessun bisogno di crearli o alimentarli, ce li ho. Per questo sono NATURALI. I tuoi diritti fondamentali, invece implicano che qualcuno obblighi qualcun altro a fare qualcosa.

Certo. Per me non ha alcuna importanza il fatto che il sostentamento sia un presunto diritto “naturale” o meno, ritengo che se in una ipotetica società popolata da due sole persone una delle due scoppia di benessere e l’altra muore di fame, quest’ultima ha il diritto di essere aiutata, se necessario anche prelevando risorse da chi sta meglio. Attenzione, però, questo non significa stravolgere l’ordine delle cose. Io non sono per una giustizia egualitaria, ma per un sistema che garantisca un minimo di tutele di base e pari opportunità di realizzazione nella società a tutti gli individui.

Potrei anche dirti di più. Il fatto di ammettere l’esistenza di altri diritti non naturali, in quanto tali di grado inferiore, significherebbe stabilire una scala gerarchica dei diritti. Riconoscere il diritto di un individuo al sostentamento non si tradurrebbe nel privare in toto ciò che ti appartiene (perché la proprietà è condizione sine qua non della libertà, non sono di certo così stupido da sostenere l’inesistenza della proprietà privata) ma solo la parte strettamente necessaria al sostentamento del soggetto debole. Viene così preservato un ordine di priorità tra diritti: si garantisce il predominio del diritto di proprietà sacrificandolo solo parzialmente per fare spazio ad un altro diritto ‘secondario’, che senza questo sacrificio non potrebbe trovare applicazione. E’ evidente che vi è comunque una parziale privazione della libertà. Il punto è se si è acconsentito a questa privazione o meno. Ci arrivo dopo (quando dirò qualcosa di più sul contratto sociale).

Tu mi hai fatto un esempio: chi violava il diritto al sostentamento delle civiltà di 10.000 anni fa? Nessuno. Si moriva semplicemente perchè la vita era troppo difficile. Nessuno infrangeva il loro diritto al sostentamento. Eppure morivano di fame. Allora vuol dire che il sostentamento NON è un DIRITTO naturale, ma solo una cosa che "se ce l'avessero tutti sarebbe bello". E’ certamente vero quello che dici, ma per fortuna non viviamo più nelle precarie condizioni degli uomini primitivi, in cui la vita difficile non lasciava spazio ad altri diritti che a quelli naturali. Nella nostra economia c’è un elevato benessere e se una piccola parte di questo viene sacrificata per aiutare i più deboli penso che questo possa essere solo un bene. Per quel che mi riguarda, un diritto non è tale solo in quanto “naturale” ma anche e soprattutto perché riflette un valore condiviso e difeso dalla società.

Questo non lo dicono le leggi dell'economia, lo dicono "alcuni" economisti. […]. Non per la scuola austriaca.

Non c’è dubbio sul fatto che la macroeconomia si suddivide in diverse correnti di pensiero. Questo si traduce anche in diversi approcci operativi. La Bundesbank seguiva un tipo di politica diverso da quello che viene oggi seguito dalla BCE, che è a sua volta diverso da quello seguito dalla FED. Ma ti posso garantire che ci sono regole riconosciute ed applicate da qualsiasi governo o banca centrale. Nessun economista sano di mente di fronte ad una iperinflazione attuerà una politica monetaria espansiva. Qualunque economista sa che in un regime di cambi flessibili può utilizzare una politica di tipo monetario per perseguire determinati obiettivi mentre una politica fiscale risulterà inefficace. Tutti gli economisti sanno cos’è il signoraggio e sanno che la curva di Laffer spiega qual è il livello di inflazione che garantisce il massimo livello della cosiddetta tassa da inflazione legata al fenomeno del signoraggio, e così via…

Sulla crisi del '29 e come questa sia stata provocata dall'intervento delle neonate (guarda un po' le coincidenze...) Banche Centrali a salvataggio del fallimento di alcune banche private si legga "La grande depressione" di Murray N. Rothbard - Rubettino Editore. Qualcosa, molto più blando, anche su Free to choose di Friedman (che però non si può dire in sintonia con Rothbard essendo un "monetarista")

Nel ’29 non si conosceva nemmeno il fenomeno delle bolle speculative, oggi ampiamente studiato e analizzato… Con le conoscenze che abbiamo oggi è quantomeno molto improbabile che un crollo finanziario di quelle dimensioni si manifesti nuovamente.

Non c'è macroeconomia che giustifichi le partecipazioni statali ovunque: poste, aerei, treni, trasporto pubblico locale, finanziamento di qualsiasi stupidissima sagra, "pubblicità progresso", musica lirica, cinema, concorsi presepi...

Su questo sono d’accordo. Ma insisto: bisogna distinguere teoria e realtà. Se in ALCUNI ambiti è opportuno l’intervento Statale, non significa che io ritenga un bene la sua diffusione a macchia d’olio! Io sostengo la necessità di intervento dello Stato solo laddove mancano le condizioni di libera concorrenza (e per tutelare alcuni diritti), non ho mai detto di ritenere un bene che lo Stato possieda partecipazioni azionarie ovunque.

Però bisogna anche distinguere due concetti quando parliamo di mercato concorrenziale: il concetto di mercato “liberalizzato” e il concetto di mercato “privatizzato”. Siamo d’accordo che, se esistesse, il mercato perfettamente concorrenziale sarebbe la migliore forma di mercato ma, poiché non esiste, possiamo solo cercare di avvicinarci ad esso. Per fare questo bisogna avere in mente che il mercato “privatizzato” presuppone quello “liberalizzato”: non serve a nulla privatizzare se dobbiamo spostare un monopolio dalle mani dello Stato a quelle di un privato. Anzi, faremmo peggio. Questo, tra l’altro, è il motivo per cui io sostengo che prima di privatizzare la Rai si deve liberalizzare il settore e garantire frequenze libere per l’ingresso di nuovi concorrenti (o per fare crescere quelli che già ci sono), altrimenti si crea semplicemente un duopolio (che già c’è). Bisogna cioè creare le condizioni per la libera concorrenza.

Senza tasse, sono fermamente convinto che vivremo in una società dagli alti valori morali e con un livello di benessere enorme. Primo perchè ho letto e trovato validissime le tesi degli economisti della scuola austriaca, di Mises e di Friedman; secondo perchè molto intuitivamente lo stato non può "produrre" ricchezza, il libero scambio sì; terzo per astrazione: abbiamo visto che ogni volta si è tentato di spingere la tassazione verso il 100% (comunismo) ci siamo avvicinati alle tragedia, al contrario i rarissimi casi in cui lo stato ha allentato la presa il benessere è migliorato.

Per quanto riguarda le tasse, non mi pongo nemmeno il problema se vivremmo meglio senza tasse, poiché non è possibile farne a meno (ne mai lo sarà). Possiamo solo discutere sull’opportunità (o sull’equità) di un prelievo leggero o pesante. Non c’è dubbio che un’economia centralizzata sia totalmente inefficiente ed antieconomica, la storia lo dimostra. Se eliminiamo i casi estremi rappresentati dai regimi comunisti, però, la realtà ci offre soluzioni anche molto diverse che vanno dalla leggera pressione fiscale degli USA (intorno al 25%) a quella decisamente più pesante delle socialdemocrazie scandinave (che sono pur riuscite ad accompagnare ad una forte pressione fiscale un’altrettanto vigorosa crescita economica). Da questo punto di vista bisogna ammettere che non ci sono dati incontrovertibili.

Ancora. Non mi hai mai spiegato da dove deriva il diritto a prendermi i miei soldi. Anzi recentemente hai sempre affermato che quello che conta è che alla fine la società, grazie alle tasse, sarà salva dagli scempi del mercato.

Non ho mai parlato di scempi del mercato. Per l’esattezza, ritengo che meno lo Stato interferisce nell’economia e meglio è. Ritengo però che ci siano dei casi in cui l’intervento dello Stato è opportuno (ad es. perché si ritiene che debba essere tutelato un bene o perseguito un fine che il singolo privato non avrebbe interesse a tutelare/perseguire, perché la situazione di mercato è di monopolio o di oligopolio e quindi lo Stato può garantire prezzi più equi ecc…). A questo proposito, Einaudi diceva che “nel mercato si soddisfano domande, non bisogni”. Per questa ragione credo che una società in cui l’unica legge che vige è quella del mercato non sia una società giusta.

Per quanto riguarda il diritto a prenderti i soldi, te lo ripeto, esso origina dalle decisioni espresse dai cittadini mediante il voto. A questo proposito mi dici: Ora però torni alla carica sulla legittimità tirando in ballo il voto dei cittadini. Ci avevi già provato con il contratto sociale di Rawls, ma alla mia osservazione sul fatto che "io non ho mai firmato nulla e se ho firmato voglio recedere" non hai saputo rispondere alcunchè. Quindi rimane sempre la solita noiosa domanda posta questa volta nella forma: da dove discende il diritto di una maggioranza di persone (relativa, ma anche fosse assoluta non cambia nulla) di disporre della proprietà di altri individui attraverso un processo di votazione?

Potrei risponderti: dalla Costituzione, dal “contratto sociale”, dal fatto di appartenere ad una comunità organizzata ma so che queste risposte non ti soddisfano… Metto da parte qualsiasi discussione di tipo utilitaristico perché mi sembra di capire che dai più importanza al profilo etico del problema. Perché quello che tu non sopporti è che ci sia un Sig. Stato che ti dice cosa devi e cosa non devi fare, mentre sei dell’idea che se regolassimo la nostra vita con dei contratti tutto funzionerebbe alla perfezione.

Il primo problema è che questo modello funziona solo su scala iper-ridotta. Al crescere delle dimensioni esso diviene ingestibile.

Ma poi rimane un altro problema: mi spieghi come si possono garantire i cosiddetti beni pubblici (giustizia, difesa ecc.) attraverso la sottoscrizione di singoli contratti tra privati cittadini!?!? Ci sono problemi di indivisibilità dei vantaggi: non è possibile determinarne il prezzo, nessuno sarebbe indotto ad esprimere le proprie disponibilità a contribuire (free riding: è chiaro, ci sono asimmetrie informative → quindi niente mercato perfettamente concorrenziale → quindi fallimento del mercato). E poi basta dare un’occhiata ad una qualunque legge per rendersi conto che, data l’enorme complessità di gestire certe funzioni, si tratta di un’impresa a dir poco folle…

Tra l’altro tu stesso hai detto che il libertarismo discende dal giusnaturalismo di Locke, quindi ogni individuo possiede diritti naturali, Vita, Proprietà e Libertà e nessuno (tanto meno lo stato democratico) ha il diritto di privarlo di questi diritti. Per la cronaca, John Locke è stato uno dei più convinti sostenitori della teoria contrattualistica, insieme a Rousseau e Rawls (teoria che affonda le proprie radici in Kant: vedi il concetto di posizione originaria, velo di ignoranza ecc…).

Mi hai chiesto da dove origina il diritto di voto. Il contratto sociale e il diritto di voto sono concetti collegati. E ovvio che tu non abbia mai firmato alcun contratto! Sai meglio di me che per “contratto sociale” non si intende certo un pezzo di carta sottoscritto da 56 milioni di italiani! Esso indica un modo di interpretare il rapporto tra governati e governanti come se esso fosse disciplinato da un contratto. Il contratto sociale rappresenta il momento della nascita della società, ossia quel momento in cui gli individui abbandonano lo stato di natura (in cui sono riconosciuti i soli diritti naturali) per entrare nello stato politico, abbandonando una parte delle proprie libertà per ottenere la tutela e la sicurezza garantita dallo Stato. Questo avviene perché gli individui sanno che dovranno vivere in una società governata da qualche principio morale (posizione originaria), ma non conoscono il proprio destino all’interno della società (velo di ignoranza) e hanno una naturale avversione al rischio. Pertanto, nel momento in cui devono porre le basi per la costruzione di una società, definiranno delle regole che garantiscano la massima libertà per ciascuno di loro compatibile con l’uguaglianza di opportunità e delle tutele per gli svantaggiati. Al di là dei singoli principi a cui il gruppo decide di aderire, questo comunque significa che se vuoi appartenere ad un gruppo e vederti riconosciuti e tutelati dei diritti devi anche sottostare alle sue regole e devi inevitabilmente rinunciare ad una parte delle tue libertà. Infatti, il diritto in questa accezione è sempre correlato all’assunzione di un dovere. Ed è così che funziona in tutte le società economicamente progredite: non si è mai vista una società che riesce a reggersi sul solo riconoscimento dei diritti naturali! Il risultato peraltro non è assolutamente diverso da ciò che avverrebbe in scala ridotta con il tuo decantato contratto (il quale altro non è che un accordo che comporta l’assunzione di obbligazioni reciproche).

E’ così che gira il mondo. Da quando esiste l’uomo le società di persone si sono sempre regolate mediante organizzazioni assimilabili all'odierno concetto di Stato e il motivo è fin troppo ovvio: al crescere del gruppo la sua gestione diviene così complessa che è a dir poco utopistico pensare di poterla regolare attraverso la via privatistica. Al contrario di ciò che pensi, io non credo in nessun Sacro Stato che tutto può e che a tutto provvede. Non aderisco ad alcuna teoria organicistica giacché non considero lo Stato come un’autonoma fonte di valori ma niente di più che l’aggregazione degli interessi e dei valori dei singoli cittadini che esso rappresenta. Per me lo Stato è il popolo. Credo nei processi democratici di regolazione della vita pubblica, gli unici che nell’intera storia dell’uomo hanno garantito un minimo di giustizia e che sono sempre stati accompagnati da alti livelli di benessere economico. Ti lamenti delle imperfezioni del sistema di voto, ma se l’alternativa è il contratto mi spieghi come si potrebbe regolamentare contrattualmente le vite di 56 milioni di italiani?!? Ci sarà pure un motivo se in tutti i milioni di anni che hanno segnato la sua esistenza l’uomo ha sempre regolato la vita di gruppo in forme assimilabili a quelle dello Stato! Quando nel gruppo siamo in 50 persone facciamo un contratto, quando siamo cresciuti fino a diventare 56 milioni quel contratto è diventato qualcosa di complesso ed articolato, e lo si chiama Stato. Non è che lo Stato nasce di punto in bianco per volere divino, esso altro non è che il naturale sbocco a cui giungono le organizzazioni umane quando la loro gestione diviene complessa.

Io non ho mai chiesto di entrare a far parte di questo processo democratico, anzi. Se avessi aderito al gruppo per mia scelta, come ad esempio si fa in una SpA, mi atterrei alle regole del gruppo. Ma non è così. Lo stato ha deciso che io faccio parte dello stato italiano e per questo decide per me.

E’ vero, non hai scelto. I tuoi genitori hanno scelto per te e qualcun altro ha scelto per loro. Sei nato italiano e devi sottostare alle leggi italiane, così come se fossi nato americano, tedesco, cinese o afgano dovresti sottostare alle regole del tuo Paese. A dire il vero in qualunque angolo di questa terra tu fossi nato avresti dovuto sottostare a qualche regola. Ma, per fortuna non vivi in Korea del Nord e nessuno ti obbliga a fare parte di questo ‘processo democratico’: prendi i nomadi, loro sono così contenti di non essere i sudditi di nessuno! Chi ti vieta di fare lo stesso? Puoi vivere nel gruppo ed accettarne le regole oppure rifiutarle e fare l’eremita. Dentro o fuori. Ma se decidi di essere un cittadino di qualche Stato e di beneficiare delle tutele e dei servizi che da ciò derivano non puoi nemmeno lamentarti di doverne pagare le spese (e a questo punto tantomeno sostenere che le tasse sono un’estorsione!).

La gestione manageriale delle PA è un'utopia. L'impresa privata si organizza in maniera più efficiente non perchè sia portata geneticamente a farlo. Ma perchè a differenza dello stato -l'unica differenza esistente- non può prelevare a piacimento soldi dalle tasche dei suoi clienti.

La gestione manageriale delle PA non è un’utopia, dal momento che non in tutti i Paesi del mondo le PA funzionano come in Italia.

Non è il politico che può cacciare i fannulloni, non esistono gli uomini della provvidenza. E se esistono, sicuramente non sono politici. Nessuna legge di efficienza risolverà tale problema e nessun sistema di "controllo" funzionerà mai, ma peggiorerà il problema, perchè poi chi controllerà i controllori?

Infatti io non ho mai sostenuto nulla di tutto ciò. Questo, al contrario, è alla base dei problemi che abbiamo in Italia, dove si crede di risolvere i problemi creando nuove leggi. Io, al contrario, sono per la semplificazione legislativa: il settore pubblico è iper-proceduralizzato, si deve invece ridurre il peso di questa iperproduzione normativa e introdurre i processi di delega, che sono più efficienti perché si basano su una gestione che premia in base ai risultati e così facendo si fa leva sugli incentivi. I parametri-obiettivo sono il fulcro di questo sistema. Questo significa anche responsabilizzazione: le persone sono più motivate a muoversi in autonomia ma rispondono anche dei risultati conseguiti (o non conseguiti). Per evitare che questo sistema presti il fianco ad utilizzi distorsivi si deve introdurre un diversa logica di utilizzo del budget (per esempio l'approccio del ‘zero base budgeting’) e lo stanziamento dei fondi esclusivamente in funzione di parametri di efficacia ed efficienza. E poi c’è un problema di classe dirigente, spesso impreparata a svolgere funzioni di tipo manageriale. Detto in poche righe può sembrare molto riduttivo, ma in realtà la cosa è molto più complessa. Ci sono moltissime teorie organizzative che studiano in modo approfondito la gestone efficiente delle aziende ed altre che si occupano di come applicare questi modelli al settore pubblico.


"Leggi bene la domanda" diceva la maestra una volta... Ho chiesto "in contesto di mercato". Tu mi hai citato monopoli creati dallo stato che poi dallo stesso sono stati ceduti ad un privato. Dato che sostenevi che lo stato serve ad evitare situazioni pericolose come ad esempio il monopolio è alquanto imbarazzante che tu mi citi proprio dei monopoli creati dallo stato (l'ente che avrebbe dovuto proteggerci...).

Dobbiamo intenderci sui termini però! Cosa intendi per “monopolio reale”? Sia il monopolio pubblico che il monopolio privato sono monopoli “reali”! Se per contesto di mercato ti riferisci ad un mercato decentrato e perfettamente concorrenziale, ti fermo subito perché questo non esiste né è mai esistito. Se intendi invece riferirti genericamente alla presenza di monopoli privati nelle moderne economie dei paesi occidentali, allora potrei dirti per esempio che storicamente dei monopoli privati sono stati costituiti dalle imprese siderurgiche, le quali spesso hanno istituito dei cartelli operando di fatto come monopolisti. Anche se non c’è dubbio che sono più frequenti i casi in cui dei vecchi monopoli di Stato siano stati trasformati in monopoli privati. Ma questo non è di per se un bene. Anche perché stai pur certo che il monopolio privato, per evitare che speculi ingiustamente sui consumatori, sarà sottoposto a qualche forma di regolamentazione statale per contenere i prezzi e spingere sui volumi. Questo avviene praticamente per tutte le situazioni di monopolio o di oligopolio privato. D’altra parte, come dicevo prima, se lo Stato italiano potesse in qualche modo intervenire sul prezzo e/o sulla produzione del petrolio di sicuro la benzina non costerebbe così cara (questo a dimostrazione che il monopolio non gestito dallo Stato è peggiore di quello statale). Sul discorso poi degli ex monopoli di Stato, credo che non si possa discuterne senza contestualizzarli. In epoche precedenti sono spesso stati istituiti dei monopoli pubblici perché il mercato privato non era in grado di intervenire con i mezzi propri, o non era incentivato a farlo (pensa alla costruzione delle prime linee ferroviarie…)


J.A.

Per me non ha alcuna importanza il fatto che il sostentamento sia un presunto diritto "naturale" o meno, ritengo che se in una ipotetica società popolata da due sole persone una delle due scoppia di benessere e l'altra muore di fame, quest'ultima ha il diritto di essere aiutata, se necessario anche prelevando risorse da chi sta meglio. Attenzione, però, questo non significa stravolgere l'ordine delle cose. Io non sono per una giustizia egualitaria, ma per un sistema che garantisca un minimo di tutele di base e pari opportunità di realizzazione nella società a tutti gli individui.

Chiaro. Mi sembra che siamo abbastanza d'accordo (un po' tutti, non solo tu ed io) su come vorremmo si comportassero quelle due persone; ovviamente io mi esprimerei in modo leggermente diverso non tirando fuori la parola "diritto", che laddove non è naturale, mi sembra abbastanza vuota di significato. Io direi che in una situazione siffatta - specificando che chi sta peggio ha chiesto aiuto e gli è stato negato - giustifico e appoggio l'aggressione dello sfigato nei confronti del riccone e trovo giusta la violenza del furto. Tuttavia i vantaggi della divisione del lavoro rendono difficile immaginare una situazione dell'esempio: se il riccone volesse aumentare il suo benessere sarebbe incentivato a dare del suo surplus alimentare in cambio di qualche servizio dello sfigato.

Potrei anche dirti di più. Il fatto di ammettere l'esistenza di altri diritti non naturali, in quanto tali di grado inferiore, significherebbe stabilire una scala gerarchica dei diritti. Riconoscere il diritto di un individuo al sostentamento non si tradurrebbe nel privare in toto ciò che ti appartiene (perché la proprietà è condizione sine qua non della libertà, non sono di certo così stupido da sostenere l'inesistenza della proprietà privata) ma solo la parte strettamente necessaria al sostentamento del soggetto debole. Viene così preservato un ordine di priorità tra diritti: si garantisce il predominio del diritto di proprietà sacrificandolo solo parzialmente per fare spazio ad un altro diritto 'secondario', che senza questo sacrificio non potrebbe trovare applicazione. E' evidente che vi è comunque una parziale privazione della libertà. Il punto è se si è acconsentito a questa privazione o meno.

Ok. Si potrebbe dire che fino ad un certo livello di "dignità" il diritto alla proprietà privata decade, o passa in subordine - potrei essere d'accordo (ma non dimentichiamoci che potremmo stabilire quel livello di dignità troppo alto per la ricchezza totale presente, generando così una guerra senza confine che porta a tutti a morire più velocemente) - passata quella soglia dovremmo sempre tutelare il diritto di proprietà, no?

Tu mi hai fatto un esempio: chi violava il diritto al sostentamento delle civiltà di 10.000 anni fa? Nessuno. Si moriva semplicemente perchè la vita era troppo difficile. Nessuno infrangeva il loro diritto al sostentamento. Eppure morivano di fame. Allora vuol dire che il sostentamento NON è un DIRITTO naturale, ma solo una cosa che "se ce l'avessero tutti sarebbe bello

E' certamente vero quello che dici, ma per fortuna non viviamo più nelle precarie condizioni degli uomini primitivi, in cui la vita difficile non lasciava spazio ad altri diritti che a quelli naturali. Nella nostra economia c'è un elevato benessere e se una piccola parte di questo viene sacrificata per aiutare i più deboli penso che questo possa essere solo un bene.

E chi lo nega che sacrificare un qualcosa di superfluo per aiutare una persona in difficoltà sia sempre e comunque positivo? Il punto è che io sostengo che questo sacrificio debba essere volontario, sennò non è un sacrificio, ma un furto.

Per quel che mi riguarda, un diritto non è tale solo in quanto "naturale" ma anche e soprattutto perché riflette un valore condiviso e difeso dalla società.

Non c'è alcun valore nell'obbligare la gente ad essere buona e generosa. Non si può essere obbligati ad essere buoni e generosi. O lo si è volontariamente o non lo si è. E una persona che obbliga un'altra "ad essere buona", non è buona. I valori morali sono qualcosa di prettamente individuale, quindi meno rispettiamo la libertà degli individui, più miniamo la possibilità che questi valori morali siano condivisi da sempre più persone.

Non c'è dubbio sul fatto che la macroeconomia si suddivide in diverse correnti di pensiero. Questo si traduce anche in diversi approcci operativi. La Bundesbank seguiva un tipo di politica diverso da quello che viene oggi seguito dalla BCE, che è a sua volta diverso da quello seguito dalla FED. Ma ti posso garantire che ci sono regole riconosciute ed applicate da qualsiasi governo o banca centrale. Nessun economista sano di mente di fronte ad una iperinflazione attuerà una politica monetaria espansiva. Qualunque economista sa che in un regime di cambi flessibili può utilizzare una politica di tipo monetario per perseguire determinati obiettivi mentre una politica fiscale risulterà inefficace. Tutti gli economisti sanno cos'è il signoraggio e sanno che la curva di Laffer spiega qual è il livello di inflazione che garantisce il massimo livello della cosiddetta tassa da inflazione legata al fenomeno del signoraggio, e così via…

E' evidente che se mi trovo all'interno del bus di Speed, ho più probabilità di salvarmi se alla guida c'è un pilota professionista che un ebete. Ma il punto è: chi mi ha obbligato a salire su quel pullman.

Nel '29 non si conosceva nemmeno il fenomeno delle bolle speculative, oggi ampiamente studiato e analizzato… Con le conoscenze che abbiamo oggi è quantomeno molto improbabile che un crollo finanziario di quelle dimensioni si manifesti nuovamente.

Posso toccarmi le balle?

Però bisogna anche distinguere due concetti quando parliamo di mercato concorrenziale: il concetto di mercato "liberalizzato" e il concetto di mercato "privatizzato". Siamo d'accordo che, se esistesse, il mercato perfettamente concorrenziale sarebbe la migliore forma di mercato ma, poiché non esiste, possiamo solo cercare di avvicinarci ad esso. Per fare questo bisogna avere in mente che il mercato "privatizzato" presuppone quello "liberalizzato": non serve a nulla privatizzare se dobbiamo spostare un monopolio dalle mani dello Stato a quelle di un privato. Anzi, faremmo peggio. Questo, tra l'altro, è il motivo per cui io sostengo che prima di privatizzare la Rai si deve liberalizzare il settore e garantire frequenze libere per l'ingresso di nuovi concorrenti (o per fare crescere quelli che già ci sono), altrimenti si crea semplicemente un duopolio (che già c'è). Bisogna cioè creare le condizioni per la libera concorrenza.

Mi risulta che un po' di tempo fa tu fossi a favore della televisione pubblica, in quanto tale - come servizio pubblico di diffusione della cultura - adesso sembrerebbe che tu ammetta l'inopportunità dell'esistenza di una tv di stato, sostenendo solo che "i tempi non sono maturi" per una privatizzazione. Sbaglio? Comunque, per me la cosa è molto semplice: asta pubblica e vendita ai privati (con l'esclusione di Mediaset, se credi) dei 3 canali RAI. Il punto è che la politica non è d'accordo perchè non vogliono perdere il potere di distribuire poltrone agli amici.

Per quanto riguarda le tasse, non mi pongo nemmeno il problema se vivremmo meglio senza tasse, poiché non è possibile farne a meno (ne mai lo sarà).

Guarda che sei tu che hai posto la questione di un ipotetico mondo senza tasse.

Se eliminiamo i casi estremi rappresentati dai regimi comunisti, però, la realtà ci offre soluzioni anche molto diverse che vanno dalla leggera pressione fiscale degli USA (intorno al 25%) a quella decisamente più pesante delle socialdemocrazie scandinave (che sono pur riuscite ad accompagnare ad una forte pressione fiscale un'altrettanto vigorosa crescita economica). Da questo punto di vista bisogna ammettere che non ci sono dati incontrovertibili.

Il caso scandinavo a me sembra "inerzia", tant'è che con l'ultimo successo dei conservatori in Svezia, sembra essere finità anche lì la santificazione della socialdemocrazia. Io sono convinto che l'intervento dello stato nell'economia provochi sempre danni. Solo che in un paese come l'Italia, di 60 milioni di abitanti, estremamente centralizzato nella burocrazia (zero concorrenza tra enti statali), estremamente differente nelle varie culture presenti nel paese, particolarmente esposto all'immigrazione, la ricetta socialista fa più danni e più in fretta. In un paese come la Svezia gli effetti negativi sono invece mitigati dal fatto che è scarsamente popolato (più o meno come il Veneto se non sbaglio), con una popolazione culturalmente uniforme (maggiore uniformità dei bisogni, implica un minor disagio nel pagare per un servizio statale deciso centralmente), forse più federato dell'Italia e praticamente isolato (l'immigrazione mette fortemente in crisi lo stato sociale perchè importa parassiti che succhiano le risorse destinate all'aiuto dei più deboli). Non è che l'esperimento socialista funzioni in Svezia, solamente ci sono le condizioni (magari anche maggior senso civico, boh) per fallire con maggiore lentezza.


Per quanto riguarda il diritto a prenderti i soldi, te lo ripeto, esso origina dalle decisioni espresse dai cittadini mediante il voto. A questo proposito mi dici: Ora però torni alla carica sulla legittimità tirando in ballo il voto dei cittadini. Ci avevi già provato con il contratto sociale di Rawls, ma alla mia osservazione sul fatto che "io non ho mai firmato nulla e se ho firmato voglio recedere" non hai saputo rispondere alcunchè. Quindi rimane sempre la solita noiosa domanda posta questa volta nella forma: da dove discende il diritto di una maggioranza di persone (relativa, ma anche fosse assoluta non cambia nulla) di disporre della proprietà di altri individui attraverso un processo di votazione?

Potrei risponderti: dalla Costituzione, dal "contratto sociale", dal fatto di appartenere ad una comunità organizzata ma so che queste risposte non ti soddisfano…

E come potrebbero? Sono incomplete! La Costituzione Italiana a mio avviso è una porcheria; il "contratto sociale" non si capisce cosa sia e da dove scaturisca; il fatto di appartenere ad una comunità organizzata non spiega perchè non possa uscire da questa "organizzazione".

Metto da parte qualsiasi discussione di tipo utilitaristico perché mi sembra di capire che dai più importanza al profilo etico del problema. Perché quello che tu non sopporti è che ci sia un Sig. Stato che ti dice cosa devi e cosa non devi fare, mentre sei dell'idea che se regolassimo la nostra vita con dei contratti tutto funzionerebbe alla perfezione.

No, la perfezione non è di questo mondo. Funzionerebbe meglio di adesso perchè non si permetterebbe a delle persone di imporre la propria volontà ad altre.

Il primo problema è che questo modello funziona solo su scala iper-ridotta. Al crescere delle dimensioni esso diviene ingestibile.

E chi lo dice? Ci sono multinazionali che hanno fatturati superiori al Pil di interi paesi e un numero di clienti maggiore di quello di intere popolazione di nazioni. Le dimensioni non contano (almeno in questo caso...).

Ma poi rimane un altro problema: mi spieghi come si possono garantire i cosiddetti beni pubblici (giustizia, difesa ecc.) attraverso la sottoscrizione di singoli contratti tra privati cittadini!?!? Ci sono problemi di indivisibilità dei vantaggi: non è possibile determinarne il prezzo, nessuno sarebbe indotto ad esprimere le proprie disponibilità a contribuire (free riding: è chiaro, ci sono asimmetrie informative → quindi niente mercato perfettamente concorrenziale → quindi fallimento del mercato). E poi basta dare un'occhiata ad una qualunque legge per rendersi conto che, data l'enorme complessità di gestire certe funzioni, si tratta di un'impresa a dir poco folle…

Come detto, mi appassiona poco ragionare sul fatto se sia possibile o meno l'eliminazione dello stato. Da quel poco che ho letto finora a riguardo, sembra che Nozick sostenga sia possibile una società senza stato con agenzie private di sicurezza e assicurazione che controllano il sistema legale, ma che un tale sistema, di fatto, sarebbe indistinguibile da uno stato: quindi tanto vale tenersi lo stato minimo. Ma, ripeto, mi sembra sterile discutere su quanto dovrebbe essere "magro" lo stato, attualmente siamo dei super-obesi.


Mi hai chiesto da dove origina il diritto di voto. Il contratto sociale e il diritto di voto sono concetti collegati. E ovvio che tu non abbia mai firmato alcun contratto! Sai meglio di me che per "contratto sociale" non si intende certo un pezzo di carta sottoscritto da 56 milioni di italiani! Esso indica un modo di interpretare il rapporto tra governati e governanti come se esso fosse disciplinato da un contratto. Il contratto sociale rappresenta il momento della nascita della società, ossia quel momento in cui gli individui abbandonano lo stato di natura (in cui sono riconosciuti i soli diritti naturali) per entrare nello stato politico, abbandonando una parte delle proprie libertà per ottenere la tutela e la sicurezza garantita dallo Stato. Questo avviene perché gli individui sanno che dovranno vivere in una società governata da qualche principio morale (posizione originaria), ma non conoscono il proprio destino all'interno della società (velo di ignoranza) e hanno una naturale avversione al rischio. Pertanto, nel momento in cui devono porre le basi per la costruzione di una società, definiranno delle regole che garantiscano la massima libertà per ciascuno di loro compatibile con l'uguaglianza di opportunità e delle tutele per gli svantaggiati. Al di là dei singoli principi a cui il gruppo decide di aderire, questo comunque significa che se vuoi appartenere ad un gruppo e vederti riconosciuti e tutelati dei diritti devi anche sottostare alle sue regole e devi inevitabilmente rinunciare ad una parte delle tue libertà. Infatti, il diritto in questa accezione è sempre correlato all'assunzione di un dovere.

Se voglio. Sta di fatto che io non voglio. Non voglio pagare il canone, nè pretendo di vedere la RAI, ad esempio.

Ed è così che funziona in tutte le società economicamente progredite: non si è mai vista una società che riesce a reggersi sul solo riconoscimento dei diritti naturali! Il risultato peraltro non è assolutamente diverso da ciò che avverrebbe in scala ridotta con il tuo decantato contratto (il quale altro non è che un accordo che comporta l'assunzione di obbligazioni reciproche).

Te pareo poc?

E' così che gira il mondo. Da quando esiste l'uomo le società di persone si sono sempre regolate mediante organizzazioni assimilabili all'odierno concetto di Stato e il motivo è fin troppo ovvio: al crescere del gruppo la sua gestione diviene così complessa che è a dir poco utopistico pensare di poterla regolare attraverso la via privatistico.

Al contrario di ciò che pensi, io non credo in nessun Sacro Stato che tutto può e che a tutto provvede. Non aderisco ad alcuna teoria organicistica giacché non considero lo Stato come un'autonoma fonte di valori ma niente di più che l'aggregazione degli interessi e dei valori dei singoli cittadini che esso rappresenta. Per me lo Stato è il popolo.

Siccome il popolo sono anch'io, e a me questo Stato mi fa proprio schifo, non voglio averci nulla a che fare, non mi interessa ciò che può offrirmi e non voglio che rubi i frutti del mio lavoro, lo Stato al massimo può essere la maggioranza del popolo, non il popolo.

Credo nei processi democratici di regolazione della vita pubblica, gli unici che nell'intera storia dell'uomo hanno garantito un minimo di giustizia e che sono sempre stati accompagnati da alti livelli di benessere economico.

Le più feroci dittature mai esistite erano spesso accompagnate da un grande consenso popolare. Hitler ha vinto regolarmente le elezioni. Allora, se quando il mercato non riesce a soddisfare le esigenze dei consumatori e si trasforma in qualcos'altro, parliamo di "fallimento del mercato", quando la democrazia apre la strada ai totalitarismi, se siamo obiettivi, dobbiamo parlare di fallimento della democrazia. A scuola nei libri di storia ti viene raccontato che la Germania di fine 19esimo secolo era un paese civilissimo, anzi più avanti degli altri, perchè in Germania "il grande Bismarck" ha inventato lo stato sociale che viene in soccorso alla povera gente e che Marx ha fondato una "filosofia" che dà risposte ai problemi dei poveracci. Tempo qualche decennio e -con altissimo consenso popolare- sale al potere quello psicopatico di Hitler. Com'è possibile? Il libro di storia non te lo dice, ma le ipotesi sono due: o i tedeschi si sono rincoglioniti tutti nel giro di pochi anni (dal civilissimo stato sociale alle barbarie naziste) o il civilissimo stato sociale non era una cosa così bella come viene dipinta. Io propendo per la seconda ipotesi.

Ti lamenti delle imperfezioni del sistema di voto, ma se l'alternativa è il contratto mi spieghi come si potrebbe regolamentare contrattualmente le vite di 56 milioni di italiani?!?

Un problema alla volta. Non c'è da regolare nessuna vita. C'è da regolare tanti piccoli accordi all'interno delle tante vite degli italiani. Non voglio firmare alcun contratto di gestione della mia vita; posso invece firmare un contratto (o fare una semplice transazione commerciale) per scegliere chi smaltisce i miei rifiuti, ad esempio, anzichè essere in balia delle decisioni dei burocrati; con un altro accordo posso scegliere a chi affidare l'istruzione dei miei figli, un altro per la mia pensione o per l'assicurazione sanitaria, un altro ancora per la televisione, i servizi postali, il giornale che compro all'edicola, l'assistenza fiscale, i film che guardo al cinema, le sagre paesane, etc... Non mi sembra così difficile. Per contro lo stato, dato che ha il monopolio, come unica alternativa offerta dal sistema democratico, mi darà la possibilità di scegliere se approvare il pacchetto "all-inclusive" A o il pacchetto "all-inclusive" B e cambiare scelta, nel caso non fossi soddisfatto fra 5 anni. Friedman esprimeva questo concetto dicendo che mentre lo stato ti dà conformismo (a tutti lo stesso prodotto), senza unanimità (non tutti sono soddisfatti del prodotto che ricevono), all'uscita di un supermarket c'è unanimità (tutti sono soddisfatti degli acquisti che hanno effettuato, altrimenti non li avrebbero fatti), ma senza conformismo (i carrelli sono in generale riempiti differentemente uno dall'altro).

Ci sarà pure un motivo se in tutti i milioni di anni che hanno segnato la sua esistenza l'uomo ha sempre regolato la vita di gruppo in forme assimilabili a quelle dello Stato! Quando nel gruppo siamo in 50 persone facciamo un contratto, quando siamo cresciuti fino a diventare 56 milioni quel contratto è diventato qualcosa di complesso ed articolato, e lo si chiama Stato.

Se vendo 10 panini al giorno mi chiamo barista, se ne vendo 10.000.000 mi chiamo McDonald's. E non mi sembra che sia molto più complesso avere un panino da McDonald's che al bar, paghi e te lo danno. Sai benissimo che il discriminante che distingue uno Stato da un'azienda, non è la dimensione o la "complessità degli accordi", ciò che li distingue è che lo Stato può obbligarti a fare o non fare qualcosa e può rubarti, impunemente-legalmente, i tuoi soldi, l'azienda no.

Non è che lo Stato nasce di punto in bianco per volere divino, esso altro non è che il naturale sbocco a cui giungono le organizzazioni umane quando la loro gestione diviene complessa.

E' vero, non hai scelto. I tuoi genitori hanno scelto per te e qualcun altro ha scelto per loro. Sei nato italiano e devi sottostare alle leggi italiane, così come se fossi nato americano, tedesco, cinese o afgano dovresti sottostare alle regole del tuo Paese. A dire il vero in qualunque angolo di questa terra tu fossi nato avresti dovuto sottostare a qualche regola.


A me non risulta che la formazione degli stati abbia avuto il processo che dici tu, ossia che alcune persone appartententi comunità di persone abbiano sottoscritto un contratto -sia anche verbale- i cui vincoli sono stati trasferiti ai figli e che questa comunità si sia ingrossata fino a diventare uno stato. Al contrario la storia degli stati è sempre stata una questione di forza: un gruppo di persone potenti (perchè ereditavano un capitale di varia natura) comandavano un certo territorio semplicemente perchè erano più forti e chi abitava quel territorio subiva i soprusi del potente della zona perchè non poteva sottrarsi. Poi col tempo i potenti diventano Re o imperatori, ma comandano così tante persone che ritengono opportuno non vessare troppo queste persone per timore delle rivolte. Alcuni allora coinvolgono i cittadini nelle decisioni "lavandosene le mani" e rendendoli in qualche modo responsabili; altri non sono così furbi e ci rimettono la testa. Nel "moderno stato democratico" il tiranno lo abbiamo eliminato, ok, probabilmente è un bene, ma i soprusi sono rimasti, forse aggravati rispetto a un tempo visto che i nostri politici non hanno paura che venga mozzata loro la testa, temono i "sudditi" molto meno di quanto li temessero i tiranni del passato. Riflessione: una volta al signore di turno si pagava la "decima", -cioè il 10% del raccolto andava nelle casse del potente in cambio della sua protezione- oggi chiunque si può sognare una tassazione al 10%.
Ok. Oggi, praticamente ovunque c'è lo stato. Qui sono nato e questo mi becco. Ma non mi si venga a raccontare la favola che lo stato ha il diritto di decidere la mia vita. E' una mera questione di forza, non di "diritto". Mi conviene subire questo tipo di aggressione da parte dello stato perchè rinunciando ad una parte dei miei diritti individuali aumento il mio benessere o salvaguardo la mia incolumità di fronte ad aggressioni più pericolose? Potrebbe darsi. Discutiamone. Ma -per piacere- risparmiamoci le palle varie sul contratto sociale e il processo democratico purificatore di ogni male. Di tutti i tipi di socialisti, forse i più facili da convertire al liberalismo sono proprio fascisti: un fascista ti manganella e non nega di manganellarti, non nega di utilizzare la forza, non nega l'esistenza di una violenza, ma evidentemente la reputa un male necessario all'ottenimento dell'ordine. Quindi, se si riesce a convincerlo che l'ordine si può instaurare anche senza violenze, si potrebbe arrestare le sue violenze. Un socialista "rosso", invece, non ammetterà mai di manganellarti -perchè loro sono quelli buoni- e quindi se c'è un manganello che mi arriva sulla schiena dev'essere per forza di cose il risultato di un complicato -quanto impersonale- sistema sociale che si limita ad adempiere ai desideri del popolo, non una violenza.


Ma, per fortuna non vivi in Korea del Nord e nessuno ti obbliga a fare parte di questo 'processo democratico': prendi i nomadi, loro sono così contenti di non essere i sudditi di nessuno! Chi ti vieta di fare lo stesso? Puoi vivere nel gruppo ed accettarne le regole oppure rifiutarle e fare l'eremita. Dentro o fuori. Ma se decidi di essere un cittadino di qualche Stato e di beneficiare delle tutele e dei servizi che da ciò derivano non puoi nemmeno lamentarti di doverne pagare le spese (e a questo punto tantomeno sostenere che le tasse sono un'estorsione!).

I nomadi sono tollerati dallo stato in quanto pezzenti. Il buonismo che si accompagna alla cultura di sinistra, tende a difendere sempre "il soggetto debole" e non il soggetto che "ha ragione", cioè l'aggredito e non l'aggressore (d'altronde l'egualitarismo giustifica le aggressioni di chi ha meno nei confronti di chi ha di più). Tra il cane e la zecca, io sto dalla parte del cane, perchè ha diritto a difendersi. I socialisti (anche tu?) stanno dalla parte della zecca perchè è il soggetto più debole (il cane deve rinunciare solo ad un po' di sangue e un po' di fastidio per permettere alla zecca di vivere). La tolleranza non significa legalità, però. Le leggi dello stato non consentirebbero al nomade di vivere liberamente, il punto è che lo stato sia per inefficienza e incapacità che per questioni di popolarità sceglie di non applicare le proprie leggi e in certi casi -vedi Venezia- addirittura priva i cittadini di risorse per realizzare campi attrezzati a questi parassiti. Da notare poi che i nomadi non comprano, nè occupano i terreni che occupano! Non c'è proprio nulla di liberale nella vita di uno zingaro! Se invece, io cittadino autosufficiente inserito nella società con i miei rapporti di lavoro-amicizia-volontariato decido, come suggerisci tu, di non far più parte dello stato...me lo posso scordare. L'alternativa che proponi tu è assolutamente inesistente! Se decidessi di fondare il mio stato autonomo composto da terreni che mi appartengono e così facendo di rinunciare a tutti i servizi dello stato e rifiutandomi quindi di pagare qualsiasi tassa, lo stato italiano come minimo mi condanna per evasione fiscale e con buone probabilità mi becco decenni di galera per "attentato all'unità nazionale". Anzi, non serve nemmeno farlo, basta manifestare ad una riunione pubblica l'intenzione di separarsi dal territorio italiano per beccarsi la condanna ridicola di cui sopra. La secessione non è legale! E se addirittura decidessi di comprare una piattaforma petrolifera in acque internazionali (non dello stato) e di vivere lì per i cazzi miei...mi arriva l'esercito dello stato più vicino a farmi sgomberare. In Italia abbiamo avuto un divertente esempio nel '68 con l'Isola delle Rose ( http://it.wikipedia.org/wiki/Isola_delle_Rose_%28micronazione%29 ). Gli stati moderni non tollerano nè micronazioni, (si veda anche il recente caso della famiglia Smith nel New Hampshire, arrestata per evasione fiscale), nè secessioni, nè dichiarazioni di non appartenenza allo stato. Quindi l'alternativa che mi proponi, molto semplicemente, non esiste.

La gestione manageriale delle PA non è un'utopia, dal momento che non in tutti i Paesi del mondo le PA funzionano come in Italia.

Forse hanno previsto dei meccanismi di imitazione del mercato come un drastico federalismo fiscale che mette in concorrenza i vari enti statali e forse i dirigenti dei vari enti hanno maggiore libertà nello scegliere le tariffe più idonee, nella selezione del personale, nelle paghe e nei licenziamenti. (Grazie CGIL-CISL-UIL).

Per evitare che questo sistema presti il fianco ad utilizzi distorsivi si deve introdurre un diversa logica di utilizzo del budget (per esempio l'approccio del 'zero base budgeting') e lo stanziamento dei fondi esclusivamente in funzione di parametri di efficacia ed efficienza. E poi c'è un problema di classe dirigente, spesso impreparata a svolgere funzioni di tipo manageriale. Detto in poche righe può sembrare molto riduttivo, ma in realtà la cosa è molto più complessa. Ci sono moltissime teorie organizzative che studiano in modo approfondito la gestone efficiente delle aziende ed altre che si occupano di come applicare questi modelli al settore pubblico.

D'accordo, ma stai ancora pretendendo di insegnare agli amministratori come devono amministrare. Come credi di insegnarglielo, obbligandoli (o creando incentivi) per legge? E poi chi controllerà l'efficacia di questi incentivi? E' un circolo vizioso. L'unica possibilità è mettere questi amministratori sul mercato, cioè privatizzare gli enti o perlomeno metterli in reale concorrenza tra loro (v. sopra). Se imparano da soli, bene; altrimenti falliscono.

Dobbiamo intenderci sui termini però! Cosa intendi per "monopolio reale"? Sia il monopolio pubblico che il monopolio privato sono monopoli "reali"! Se per contesto di mercato ti riferisci ad un mercato decentrato e perfettamente concorrenziale, ti fermo subito perché questo non esiste né è mai esistito.

Quando parlo di contesto di mercato voglio escludere tutti quei casi in cui il monopolio è retto o aiutato da vincoli legali.

Se intendi invece riferirti genericamente alla presenza di monopoli privati nelle moderne economie dei paesi occidentali, allora potrei dirti per esempio che storicamente dei monopoli privati sono stati costituiti dalle imprese siderurgiche, le quali spesso hanno istituito dei cartelli operando di fatto come monopolisti.

...quindi mi pare di capire che queste "imprese" (plurale) "siderurgiche" (ma non è un ambiente iper-regolamentato dallo stato, quello?) non siano un monopolio, ma hanno fatto "cartello" (da verificare l'efficacia di questo cartello...), producendo effetti che "di fatto" (verificare "quanto di fatto") erano simili ad un monopolio. In tutta la storia dell'umanità sarebbe questo ciò che assomiglia di più ad un monopolio in contesto di mercato?

Anche se non c'è dubbio che sono più frequenti i casi in cui dei vecchi monopoli di Stato siano stati trasformati in monopoli privati. Ma questo non è di per se un bene.

...altro "meno" nella colonna Stato...

Anche perché stai pur certo che il monopolio privato, per evitare che speculi ingiustamente sui consumatori, sarà sottoposto a qualche forma di regolamentazione statale per contenere i prezzi e spingere sui volumi.

Ricapitolando: di monopoli privati non se ne sono mai visti nella storia, ma per evitare che si creino e facciano danni, interviene lo Stato a "regolamentare", ossia il più grande "produttore di monopoli" esistente.

D'altra parte, come dicevo prima, se lo Stato italiano potesse in qualche modo intervenire sul prezzo e/o sulla produzione del petrolio di sicuro la benzina non costerebbe così cara (questo a dimostrazione che il monopolio non gestito dallo Stato è peggiore di quello statale).

Ma-per-piacere. Lo stato già interviene massicciamente nel prezzo della benzina. Il Ministero del Tesoro è azionista (maggiore, no?) dell'Eni, il più grande gruppo petrolifero italiano, come se non bastasse il prezzo della benzina è gravato di accise che compongono gran parte del prezzo stesso. Senza contare che i margini più ampi nella filiera della distribuzione petrolifera ce li hanno i paesi produttori (stati), non le raffinerie o la distribuzione finale. Inoltre al di là delle leggende cospirazioniste, non c'è alcun "cartello delle 7 sorelle" (un cartello è già dura gestirlo tra 3, figuriamoci fra 7...), si vedano gli investimenti in pubblicità per averne una controprova. Senza contare Tremonti con la Robin Hood Tax per i petrolieri, a proposito di stronzate...

Sul discorso poi degli ex monopoli di Stato, credo che non si possa discuterne senza contestualizzarli. In epoche precedenti sono spesso stati istituiti dei monopoli pubblici perché il mercato privato non era in grado di intervenire con i mezzi propri, o non era incentivato a farlo (pensa alla costruzione delle prime linee ferroviarie…)

Infatti, negli Stati Uniti la costruzione delle prime linee ferroviare era privata, poi, anche grazie alle pressioni dei trasportatori locali smaniosi di protezione maf...ehm...pardon...politica...venne statalizzata. Ti ricordo comunque che il discorso "monopoli" l'hai introdotto tu come esempio di necessità d'azione dello stato (per salvarci dagli effetti negativi dei possibili monopoli che si possono creare nel mercato). Poi però viene fuori che di monopoli creati dal mercato non se ne sono mai visti e in compenso tutti quelli esistenti sono stati creati dallo "stato imprenditore" o mantenuti tali da regolamentazioni statali (es. licenze).

...continua...

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